Évora fa parte della rete delle città più antiche d'Europa.
La sua fondazione risale all'epoca della dominazione romana. Ma, vi esistono tracce di presenza umana risalenti a più di seimila anni fa.
Ne sono prova i menhir, monumenti di pietra disposti a cerchio, nella località di Almendres, scoperti nel 1964.
La città, situata a cento chilometri da Lisbona, accoglie numerosi turisti, incantati dalle sue viuzze del centro, racchiuse tra le mura.
E dai suoi monumenti ben conservati, come il Tempio di Diana.
Ma il più eccezionale è la Cappella delle Ossa.
I frati francescani arrivarono nella regione nel XIII secolo. Il loro obiettivo era predicare la fede e l'umiltà. Costruirono una chiesa e una scuola.
Fu all'interno di quello che oggi è un imponente monumento della città, la chiesa, che i francescani decisero di creare uno spazio di intensa riflessione sulla vita.
Volevano qualcosa di veramente toccante. A tal fine, crearono un monumento alla morte.
La morte, l'unica certezza che abbiamo, nemica del nostro istinto di autoconservazione, della nostra voglia di vivere.
Costruendo la cappella, risolsero anche un problema per la città, che voleva chiudere più di quaranta cimiteri abbandonati e non sapeva cosa fare di così tanti scheletri.
I monaci li richiesero e li collocarono sulle pareti e sulle colonne, uniti da una massa grigio-azzurra.
Può sembrare macabro. Ma chi visita la cappella noterà che l'estetica è molto interessante. Centinaia di teschi, femori e colonne vertebrali sono disposti in uno strano mosaico.
Sebbene sia diventato un luogo turistico, ha adempiuto al suo scopo originario: un luogo di meditazione e di incoraggiamento all'umiltà.
A partire dall'iscrizione sulla porta d'ingresso: Noi, le ossa che qui ci troviamo, le vostre aspettiamo.
Chiunque visiti la Cappella delle Ossa ha una reazione particolare. Alcuni sentono che ravviva i loro sentimenti religiosi. Per altri, è semplicemente curiosità storica.
Ma, il grande messaggio è dimostrare che la vita è breve.
Per questo, dobbiamo viverla con intensità, responsabilità e umiltà.
Perché litigare così tanto, perché competere tanto, se la vita è così breve?
E, infine, perché aggrapparsi così tanto a lei?
La grande ispirazione suscitata dalla cappella è che la brevità della vita è uno degli elementi che la rendono così meravigliosa.
La saggezza, quindi, sta nel saper vivere ogni minuto della nostra vita, nel valorizzare le relazioni affettive.
Il poeta cubano José Martí ha coniato una frase, poi diffusa in una versione popolare e ampiamente utilizzata: Piantare un albero, avere un figlio e scrivere un libro: tre cose che ogni persona dovrebbe fare durante la propria vita.
Possiamo piantare molti alberi da lasciare come nostra eredità: quelli dell'amicizia, del voler bene, dell'ottimismo.
Impronte indelebili che segneranno il nostro passaggio su questa Terra.
Possiamo essere genitori biologici o accogliere figli non nostri, in modo ampio o come padrini.
Quanto bene da fare!
Infine, il libro più prezioso che possiamo scrivere è quello del nostro viaggio sulla Terra.
Un libro che racconti gesta di lavoro, perseveranza nei buoni propositi e crescita intellettuale e morale.
Pensiamoci su.
Redazione del Momento Spirita, con base sull'articolo
A capela da humildade, di Eugênio Mussak, dalla revista
Vida Simples, edizione 194, dell'aprile 2018, ed. Caras.
Traduzione di Fabio Consoli
Il 9.7.2025